Capitale umano al festival dell’economia 2007
E’ alquanto arrischiato accingersi ad esternare le proprie umili considerazioni sull’economia, in questi giorni di grande euforia ed entusiasmo per la presenza di importanti esperti in materia al festival organizzato nella nostra città, ma io ci provo lo stesso.
E’ una questione di democrazia: poiché l’economia ci riguarda tutti, è giusto che tutti ce ne facciamo un’idea propria, dovuta soprattutto all’esperienza personale, che spesso diverge o addirittura contrasta con le leggi di questa scienza. E’ anche una questione di diritto: se un premio Nobel si è preso la briga di calcolare il bilancio economico della pena di morte, anche l’anonimo cittadino deve permettersi di valutare il divario costi/benefici di scelte che investono la sua vita quotidiana e alle quali egli spesso non ha partecipato . Propongo alcune riflessioni. La prima riguarda il voler ricondurre l’economia entro modelli ben definiti, regolati da rigidi percorsi quasi automatici, corrispondenti al pensiero di qualche teorico, che ha elaborato una sua dottrina per gestire le risorse economiche (e così abbiamo i seguaci di Smith, Keynes nei secoli scorsi, o quelli di prestigiosi studiosi al giorno d’oggi): niente da fare, le teorie si sono dimostrate interessanti ma di sempre più breve durata, sorpassate da una realtà che viaggia ad una velocità superiore e che non si lascia classificare.
Un’altra considerazione riguarda l’incapacità, per chi gestisce importanti risorse economiche, di valutare le proprie scelte in modo globale, mettendole in relazione a quanto possono influire su altri settori o ambiti della vita umana: si pensi ai costi ambientali, sanitari, sociali, che non vengono mai preventivati, ma solo pagati, spesso a caro prezzo. E il grottesco è che questa miopia riguarda proprio persone ed enti che si riempiono la bocca di globalizzazione, mercato globale, ecc.
Anche l’istruzione ha la sua parte di responsabilità: si sfornano manager con curricoli scolastici molto nutriti (università, magari all’estero, masters, stages in società specializzate – che talvolta falliscono, però dirlo non è politicamente corretto), ma esperienze concrete quasi nulle e gli si affidano incarichi molto ben remunerati (in genere in enti pubblici o in settori strategici), con cui possono sbizzarrirsi a giocare con le risorse pubbliche, senza mai rischiare le proprie. La loro alta specializzazione li porta a non vedere più in là del proprio naso, ma a perseguire obiettivi (budgets) a breve scadenza, confortati da lauti compensi e dalla compiacenza dei politici che li hanno piazzati. Non sono tutti così, ma un buon numero, sufficiente a fare danni.
E così, per fare degli esempi concreti, succede che a guidare un’azienda sanitaria si nomina un dirigente che deve solo pensare a tagliare alcuni costi: servizi sanitari, personale medico ed infermieristico, ricoveri, salvo sbizzarrirsi a concedere consulenze agli amici e a pretendere un premio per obiettivi non raggiunti.
Succede che si loda pubblicamente un dirigente dell’università che è riuscito ad intercettare molti contributi dalla Comunità europea, come se questa fosse una gallina da spennare, che dispone di risorse infinite arrivate dal cielo.
Si alimenta una burocrazia vergognosa, che giustifica la sua lentezza ed inefficienza sul rispetto di direttive impartite dall’alto, alle quali non vuole opporsi per non rischiare l’estinzione.
Per non cadere più in basso è meglio non nominare, qui, la politica ed i suoi costi.
Se ne può uscire solo con un ricambio generazionale: i giovani devono riaversi dalla nausea e, con onestà e fatica, riprendersi le redini del loro futuro.
(M)aria Fresca, 4 giugno 2007 in _Vario_




